Comunicare oltre il Velo: pratiche rituali e percezioni

Comunicare oltre il Velo: pratiche rituali e percezioni

Ho cercato molto a lungo i modi migliori per intercettare il confine sottilissimo tra percezione e presenza — l'esatto punto di contatto con la Soglia, o Velo. Non occorre "crederci": basta essersi trovati un'unica volta nel giusto silenzio per intuire che quel confine non è immaginario ed è anche piuttosto labile. Possiamo identificarlo in modo più chiaro come il punto in cui qualcosa risponde.

Negli anni, attraverso studi, viaggi e ricerche sul campo, ho raccolto appunti su come alcune culture entrano in dialogo con ciò che sta oltre il mondo visibile e, quando possibile, ho sperimentato personalmente le loro teorie. Non parliamo di un "metodo" o una "procedura", ma più di un insieme di disposizioni interiori e accorgimenti tecnici che facilitano l'ascolto.

Alcune culture antiche parlavano di "udire nel silenzio", con un'attenzione che non si rivolge al rumore, ma allo spazio che il rumore lascia quando si spegne.

Il Velo solitamente non risponde ai suoni, ma alle fratture. Agisce negli interstizi: una vibrazione impercettibile, un cambio di densità nell’aria, un’ombra che si accorcia invece di allungarsi, una fiamma che trema. Non è mai un segnale forte, è una deviazione. Per coglierlo serve percepire, prima ancora che udire.

E sì, a volte qualcosa risponde davvero.

Ritmo, respiro, ripetizione

Quasi tutte le tradizioni, dagli sciamani buriati ai monaci copti, dai druidi delle isole britanniche ai medium delle sedute vittoriane, concordano su un punto: il ritmo altera la soglia dell’ascolto.

Un mantra ripetuto, un tamburo che tiene la cadenza, una litania sussurrata o modulata a labbra chiuse, il battito lento delle nocche su un tavolo di legno, perfino il respiro, se reso regolare fino allo stato meditativo — tutti questi sono esempi semplici ed efficaci di come affinare le proprie percezioni e avvicinarle alla Soglia.

Non si tratta di "invocare" qualcuno o qualcosa, ma di disporre la mente alla possibilità di sentire.

Il ritmo crea una fenditura. Il silenzio che segue permette di guardarci attraverso.

Fissare un punto che non esiste

Molte pratiche invitano a guardare un punto neutro, come una fiamma, una superficie d’acqua, il bordo di una stanza, fino a quando l'occhio non smette di cogliere i dettagli e comincia a percepire l'insieme.

Quando lo sguardo si stanca, accade qualcosa di curioso: il cervello inizia a "completare" ciò che manca. In quel completamento, a volte, si inserisce un'altra presenza ed è possibile cogliere figure, simboli o alterazioni di altra natura nel campo visivo.

Gli antichi parlavano di thea, "visione indotta", i moderni invece la chiamano pareidolia: la capacità di riconoscere schemi familiari, come volti, figure o simboli, in immagini casuali, ambigue o amorfe.
Io continuo a credere che la verità stia nel mezzo: un varco tra ciò che percepiamo e ciò che ci percepisce, che la mente ci aiuta a cogliere con i suoi automatismi.

Oggetti testimoni

Gli oggetti possono diventare veicoli adatti ad avvicinare presenza e percezione, creando uno spazio che accolga il contatto tra il Velo e chi ascolta.

Le civiltà mediterranee usavano amuleti, cerchi di pietre, incisioni geometriche; l’intento non era controllare l’invisibile, ma offrirgli una strada sicura e un linguaggio condiviso. In genere non servono strumenti sofisticati. Possono bastare, ad esempio: una ciotola in ceramica, tre cristalli (quarzo, ametista, onice), una candela naturale e un incensiere a bassa combustione. La loro compresenza purifica l'ambiente circostante e favorisce il focus, la ciotola delimita un confine.

Gli oggetti non "parlano", ma creano il perimetro del luogo in cui si può parlare.

Sono ciò che gli antropologi chiamano testimoni: oggetti che stabiliscono il confine per il contatto e il dialogo, indicano che il rituale è attivo e che qualcosa, o qualcuno, può rispondere.

Le tavole ouija e similari sono un'evoluzione di questo stesso semplice concetto.

Il principio fondante: non chiamare niente che non si sia pronti ad ascoltare

La maggior parte delle culture non teme ciò che può arrivare dall’altra parte, che spesso suscita invece curiosità: teme la domanda.

Chiamare ciò che ignoriamo può far emergere una parte di noi stessi che preferivamo non conoscere. Non si tratta di una regola ferrea, né di un meccanismo automatico, ma è un'eventualità molto comune ed è bene averne consapevolezza. La comunicazione oltre il Velo è un ponte, ma molto più spesso e in modo più immediato è uno specchio.

Quello che appare può essere altro, oppure una parte perduta di noi.

La risposta dell'Altro

Non posso darne una descrizione univoca, nessuno può, perché anche in questo caso è la percezione più profonda a fare da padrona.
Posso però raccontare mie esperienze personali, vissute da sola o con i compagni della Black Hole Sun.

A volte il silenzio si addensa.

A volte la fiamma cambia respiro.

A volte compare una sensazione improvvisa, come il tocco di una mano sulla spalla o un soffio di aria fredda sulla guancia.

Altre volte, ben più rare, una voce arriva.
Non un suono comune, ma più una pressione, una tensione, un . Un suono che non sempre le orecchie riescono a cogliere, soprattutto se non allenate all'ascolto, ma che in qualche modo riesce a farsi sentire.

Non si tratta di "parlare con gli spiriti", ma di avvicinarsi a un confine che ci riguarda tanto quanto riguarda loro e nel quale entrambi coesistiamo.

Comunicare oltre il Velo non è proibito e non è nemmeno semplice.

È un atto di ascolto, un gesto di umiltà, un rischio calcolato, ma anche una forma di pura bellezza e armonia.

E, forse, una via per capire che la morte non è il contrario della vita, ma il suo margine. Niente più che la sua Soglia.