Il Castello della Rotta: un diapason tra i mondi
Tra le molte leggende di luoghi "infestati", poche hanno la stessa densità del Castello della Rotta, a Moncalieri in provincia di Torino. Costruito lungo un antico asse viario in cui passavano pellegrini, mercanti e condottieri, è da secoli oggetto di testimonianze contraddittorie: apparizioni, ombre sul ponte, cavalieri senza volto, voci tra le pietre.
Per questo motivo è stato una delle prime spedizioni a cui, anni fa, ho partecipato con la Black Hole Sun.
Non è un luogo che si concede facilmente. Anche prima di qualsiasi strumento, la sua presenza si impone per stratificazione: storia, rovina, silenzio. È uno di quei posti in cui la percezione sembra rallentare, come se l'aria avesse una densità diversa, più spessa, meno incline al movimento.
Arrivammo in un’ora in cui la luce non è più giorno ma non è ancora notte. L'aria aveva un'inerzia particolare, come se qualcosa stesse trattenendo il respiro insieme a noi. Giorgio sistemava le telecamere, Alice controllava il segnale dell'EMF e io annotavo i dettagli architettonici che potevano suggerire la presenza di punti di risonanza, come nicchie, archi, volte capaci di amplificare suoni minimi o attenuare quelli più grossi.
Non c’era nulla di preparato: nessun evento, nessuna visita guidata, nessuno che potesse indicare cosa "dovevamo" vedere. Solo pietra, bosco e un silenzio che sembrava stranamente attraversato da qualcosa.
Ricordo un evento in particolare: un suono di metallo, mentre attraversavo la sala del camino.
Non forte, non improvviso — piuttosto il cigolio lento di un'armatura che si riassesta, o di una porta che non vuole chiudersi. L'ho sentito tre volte, a distanza irregolare, eppure non c'erano cancelli mossi dal vento, né ferri liberi intorno a noi. La mia Spirit Box si è accesa da sola per un istante, gracchiando piano, per poi tornare silente. Quando l'ho presa in mano per fare una domanda, nessuno ha più risposto.
Ma è nella cappella laterale, dove le pareti sono così spesse da sembrare un ventre, che abbiamo ottenuto la lettura più strana della notte: una variazione improvvisa nella banda a bassa frequenza dell'EVP. Nessun rumore esterno, nessun passo. Solo un picco isolato, come un colpo su una corda.
Abbiamo riascoltato la registrazione più volte. Quasi impercettibile, incastonato nel fruscio, c'era un bisbiglio: "Resta".
La voce non era chiaramente definita, non maschile né femminile. Non sembrava neanche davvero umana, era più simile ad una sovrapposizione di rumori, ma non c'era comunque alcun dubbio sulla sua presenza.
Per me quella notte al Castello della Rotta non ha fornito prove schiaccianti, né indizi definitivi che ci permettessero di identificare chi stava comunicando, ma ha offerto qualcosa di diverso: un ritmo, una vibrazione, un modo in cui il luogo sembrava rispondere a chi lo ascoltava davvero.
È questo che distingue un sito suggestivo da uno liminale: la sensazione che il Velo non separi, ma risuoni.
E che, se impariamo ad ascoltare, le risposte siano proprio di fronte a noi.