L'Eco di Azzurrina: Una Notte nel Castello di Montebello
Confesso di avere un debole per i luoghi che vibrano di storia non risolta. Anni fa, la mia curiosità mi portò a quello che è considerato uno dei luoghi più infestati d'Italia. Il Castello di Montebello, in Emilia-Romagna, dimora della leggendaria Azzurrina.
Guendalina, figlia del feudatario Ugolinuccio, era albina in un'epoca in cui questa condizione era vista come un segno demoniaco. Per nasconderla, i genitori le tinsero i capelli di nero, ma il pigmento, mal assorbito, restituiva un riflesso azzurrognolo. Nel 1375, la bambina, mentre giocava con una palla di stracci, scomparve misteriosamente nelle segrete del castello. Si dice che ogni cinque anni, nel giorno del solstizio d'estate, il suo pianto si possa ancora udire.
Io, però, non mi accontentai del solstizio. Volevo il silenzio profondo della notte normale.
Riuscii a ottenere il permesso di restare per una notte, insieme a un piccolo team di investigatori del mistero. Ci sistemammo in una sala attigua alla famigerata Torre di Montebello.
L'ambiente era denso. Non il "freddo" tipico di un vecchio castello, ma un freddo mirato. In un angolo della stanza, l'aria era costantemente di almeno cinque gradi più fredda che a un metro di distanza.
Il primo evento fu banale, e per questo inquietante. Stavo annotando le mie impressioni su un taccuino appoggiato a un piccolo tavolo di legno. Feci una pausa per bere un sorso d'acqua. Quando tornai, il taccuino era aperto a una pagina completamente diversa da quella che stavo scrivendo.
Non era caduto, non c'era aria condizionata. Era semplicemente stato girato.
Decidemmo di scendere nella parte più antica e buia del castello, proprio sotto la torre. L'unico suono era il rumore del nostro respiro e, ogni tanto, il flebile crepitio di un registratore ambientale.
A circa le 3:40 del mattino, Giorgio sussurrò: "Avete sentito?".
Restammo in silenzio assoluto. Poi lo sentii anch'io.
Non era un pianto, come narrano le leggende, ma una sorta di eco distorta, come un piccolo rimbalzo di suono, leggero, che sembrava provenire non dall'interno del muro, ma attraverso di esso. Era un suono acuto e breve, quasi un singhiozzo seguito da un leggero, quasi impercettibile, tintinnio. Come un giocattolo di metallo che cade su un pavimento di pietra insonorizzato.
Non fu terrificante. Fu triste.
Tornati a casa e analizzati i registri, l'episodio delle 3:40 era registrato. In modo chiaro, sul tracciato audio compariva un picco anomalo. Non era vento, né rumore strutturale. Il picco assomigliava proprio a un suono vocale molto breve seguito da un lieve rumore metallico.
La nostra delusione e allo stesso tempo il nostro fascino, fu che la scienza non poteva darci una spiegazione definitiva, ma nemmeno scartare l'anomalia. Poteva essere un uccello notturno amplificato? Un'interferenza radio sfortunata?
Io preferisco credere a quello che ho percepito in quel momento, l'eco di una bambina smarrita.
Da allora, quando penso a Montebello, non penso a un luogo di terrore, ma a un luogo dove la storia ha lasciato un residuo energetico malinconico. E ogni volta che mi si riempie il bicchiere d'acqua senza che nessuno l'abbia fatto, penso che forse Azzurrina si stia abituando a vivere con gli adulti del ventunesimo secolo. E che forse, a volte, gioca ancora a nascondino con le nostre vite.