Lucida Mansi e l’arte di attraversare la Soglia
La recente ricomparsa di Laura Morani a Pescaglia, avvolta nel mistero esattamente come la sua scomparsa 20 anni fa, mi ha portata a ripensare ad una mia ricerca su un’enigmatica figura storica: Lucida Mansi.
Ufficialmente, una nobildonna lucchese del XVII secolo: nata nel 1606, morta nel 1649 a causa di un incidente in carrozza. Una vita breve, collocata in un’epoca che conosceva bene il peso della morale, del giudizio e della paura del tempo che passa. Ma attorno a questo profilo ordinato si è stratificato qualcosa di ben più difficile da archiviare.
La leggenda parla di un patto con il Diavolo, di una carrozza infuocata, di una donna trascinata via dal Diavolo stesso per aver osato sfidare la propria mortalità. È una narrazione suggestiva, ma comoda: riduce tutto a una colpa, una punizione e una morale finale.
Eppure, quando si osservano le fonti con sguardo meno frettoloso, emergono dettagli che non si lasciano liquidare così facilmente.
Nei registri cittadini dell’epoca compaiono due anni di assenza, un vuoto temporale annotato senza spiegazioni. Al ritorno, Lucida riappare identica a se stessa, senza che il tempo abbia inciso sul suo volto o sul suo corpo. Più di un cronista parla di un cambiamento sottile, ma profondo: una calma innaturale, un distacco emotivo che non le era proprio in precedenza.
Non è la giovinezza eterna a colpire, ma la discontinuità.
Abbiamo già parlato della Soglia, degli effetti che presumiamo il passaggio verso di essa porti con sé. Non un dono, ma una trasformazione. Chi la oltrepassa non diventa altro: diventa altrove.
Nei rituali europei del XVII secolo, soprattutto in quelli che mescolavano residui pagani, cristianesimo popolare e alchimia, ricorre spesso l’idea di una sospensione temporanea del tempo biologico. Non immortalità, ma persistenza. Un restare, mentre tutto il resto continua a muoversi.
È significativo che alcune formule e simboli riconducibili a questi rituali compaiano, in forma frammentaria, anche in documenti legati alla famiglia Mansi. Cerchi, geometrie imperfette, riferimenti alla “notte fuori dal tempo”. Tracce marginali, certo. Ma insistenti.
Ancora più inquietante è l’iconografia successiva. Nei dipinti attribuiti alla cerchia di Pietro Paolini, compaiono figure circolari e triadiche sullo sfondo, apparentemente decorative. Eppure, osservate con attenzione, richiamano diagrammi rituali molto più antichi: sigilli di separazione dell’anima, cerchi di rinnovamento, simboli di arresto del tempo.
È come se la leggenda avesse riscritto anche l’immagine di Lucida Mansi.
E poi ci sono i luoghi.
Attorno ai boschi di Monsagrati, nei pressi di Pescaglia, le testimonianze di luci notturne, suoni anomali e segni nel terreno si ripetono da secoli. Nulla che possa essere definito “prova”, ma abbastanza da creare una continuità narrativa inquietante. La stessa zona in cui, secoli dopo, si sarebbe verificata un’altra sparizione. Un’altra assenza. Un altro ritorno che non torna del tutto.
Forse Lucida Mansi non era immortale, forse non aveva stretto alcun patto.
Forse aveva semplicemente trovato, o subìto, un modo per attraversare la Soglia e tornare indietro cambiata, fuori dal tempo comune.
E se è così, la domanda cruciale non è cosa le sia accaduto allora, ma è: cosa resta di chi attraversa e ritorna?
La Soglia non restituisce mai esattamente ciò che prende.
E alcune storie continuano a tornare perché non hanno ancora finito di attraversarci.