Quando il Proibito Risponde
Dalle pagine dei vecchi diari:
Ho ceduto all'Ouija...
Ho sempre sostenuto, con una certa spocchia "accademica", che la tavola Ouija fosse poco più di un giocattolo per adolescenti in cerca di brivido, o, nella migliore delle ipotesi, un banale amplificatore di suggestioni. I miei "Protocolli del Silenzio"—meditazione, EVP, il lavoro sul sussurro—erano la mia bandiera di serietà.
Poi, la debolezza (?).
Dopo mesi di tentativi di comunicazione soft con l'eco emotiva del vecchio professore della mia casa e il silenzio persistente, ho deciso di compiere l'unica cosa che mi ero ripromessa di non fare mai: cedere alla tentazione del contatto facile.
L'Ambiente e la ricerca della Violazione hanno fatto da suggeritore nel teatro chiuso. Non l'ho fatto in un vecchio castello o in una soffitta polverosa. L'ho fatto nella mia cucina, una sera di pioggia. C'erano tre di noi: io, il mio scettico preferito, Marco (quello di Montebello), e un'amica più incline al paranormale. La tavola era artigianale, un pezzo di legno inciso, senza i fronzoli commerciali. La pianchette era un bicchiere rovesciato. Volevamo una risposta chiara, non un'ombra o un sussurro registrato male. Volevamo un nome, una storia, una prova inequivocabile. Appoggiammo i polpastrelli sul bicchiere, la tensione era palpabile. Inizialmente, nulla.
Solite scuse: "Forza muscolare involontaria", "Spostamento dovuto al respiro collettivo"... Stavo per dichiarare il fallimento quando Marco, esasperato, chiese con tono sarcastico -
"C'è un fantasma che ha voglia di farsi una chiacchierata seria, qui?"
La risposta arrivò. Non fu un movimento esitante, fu una spinta decisa e violenta. Il bicchiere sfrecciò sulla tavola. Prima sillaba: N. Seconda sillaba: O. Poi la parola: V. A. T. E. Ci guardammo sbigottiti. Novate è un termine arcaico, o comunque molto specifico, che significa "coltivare terra a maggese" o "innovare". In quel contesto, era incomprensibile, ma la violenza della spinta era innegabile. Chiesi io-
"Chi sei? Cosa vuoi da noi?".
La risposta fu immediata, senza esitazione, e il bicchiere quasi scappò da sotto i nostri polpastrelli: M. I. D. I. S. P. I. A. C. E. Poi, ancora con furia: V. E. D. O. S. A. N. G. U. E. In quel momento, l'amica spaventata si ritirò di colpo. E fu lì che il fenomeno si manifestò in modo fisico, e la mia presunzione scientifica si sgretolò. La luce della cucina, a incandescenza, scese di intensità di colpo, senza spegnersi, come se un enorme carico energetico fosse stato improvvisamente assorbito. E, contemporaneamente, udimmo un rumore secco e fortissimo provenire dal bagno. Ci precipitammo. Non c'era nulla fuori posto. Ma la porta del bagno, che era socchiusa, ora era sbarrata dall'interno. Non chiusa a chiave, ma incastrata con tale forza da non aprirsi. Marco ed io ci sforzammo con tutte le nostre forze, finché, con un crack sinistro, la aprimmo. Non c'era nessuno. Ma sul ripiano di marmo del lavandino, un piccolo oggetto era stato capovolto: una vecchia scatolina di metallo del professore, che conteneva un frammento di vetro rotto che non avevamo mai notato prima. Marco, pallido in volto, lo indicò. "Quello... prima non c'era." La cosa più agghiacciante, ripensandoci, non fu la parola "sangue" sulla tavola, ma il "Mi dispiace".
Non sembrava un demone che voleva spaventarci, ma un'entità disperata che era stata forzata a comunicare da un metodo troppo invasivo, rompendo qualcosa nel processo. Da quella sera, la casa è rimasta in silenzio assoluto. Non ci sono più stati sussurri, né l'odore di pipa, né le zone fredde. Il silenzio non è pacifico. È un silenzio ostile. Il contatto facile porta risposte violente e chiassose. La Ouija è un canale aperto senza filtri, e a volte, quello che risponde, non è il povero professore nostalgico. È qualcos'altro, qualcosa che vedeva sangue e non si è risparmiato nell'avvertirci.